logo-mini
OF News - OF Osservatorio Finanziario

SOMMARIO

Il suo studio è stato riconosciuto tra i più innovativi dell’ultimo decennio ed è stato invitato per discutere le sue teorie anche alla Casa Bianca. Si chiama Thomas Piketty ed è l’uomo del momento. Il motivo? Ha rivelato i segreti delle attuali disuguaglianze economiche, avanzando una teoria tanto agghiacciante quanto realistica: la distribuzione delle ricchezze, oggi, sarebbe paragonabile a quella precedente l’Ancien Régime. Ecco cosa afferma lo studio di cui tutti parlano che, conclude, se si proseguirà lungo questa via, la rivoluzione diventerà inevitabile

Leggi Anche:

Ricchi ma poveri/Thomas Piketty: cosa rivela davvero la ricerca diventata caso planetario

Leggi anche:
Ricchi ma poveri/Il flop della classe media
Ricchi ma poveri/Dove cresce e dove è in crisi: foto di una rivoluzione
Ricchi ma poveri/Parla il sociologo: un futuro di paure. A meno che…
Ricchi ma poveri/Intervista: “Ero benestante, sono tornato a lavorare dopo la pensione”
Ricchi ma poveri/Compass: ecco come cambia il rapporto con il denaro (e i prestiti)
Ricchi ma poveri/Come ottenere cash dalla casa che non si riesce a vendere

Chi è il ricco? E soprattutto il “borghese”, l’appartenente alla cosiddetta classe media? È davvero così impoverito? Perché le disuguaglianze continuano a crescere anche nel mondo occidentale, quel mondo che si credeva immune da ogni logica ottocentesca di classe? A queste domande ha risposto un economista francese, Thomas Piketty (per conoscerlo meglio, consultare il suo sito ufficiale), diventato un guru negli Stati Uniti. Il suo libro da quasi 700 pagine intitolato “Capital in the Twenty-First Century”, è da settimane al top delle classifiche Amazon (la versione in inglese costa 20,77 euro, quella in francese 17,99 euro) e non passa giorno che non sia citato da blog, tweet o articoli di quotidiani prestigiosi come il Wall Street Journal o il Financial Times che alle sue tesi hanno dedicato pagine intere.

Piketty attinge alla statistica (anche da Corrado Gini, uno dei primi statisti al mondo a studiare il problema della disuguaglianza sociale), alla storia e all’economia, e cerca di spiegare un fatto che a molti studiosi appare nebuloso: negli ultimi 200 anni, nonostante ci siano stati episodi clamorosi come la Rivoluzione francese e due guerre mondiali, in tema di diseguaglianze economiche e sociali, nulla sembra essere cambiato.

Guarda il video di Huffington Post Politics (in inglese) dove Thomas Piketty discute le tesi sostenute all’interno del suo libro:


L’upper class, chiamata da Piketty classe A, la middle class (classe B) e le fasce meno abbienti (classe C), si troverebbero oggi, in termini statistici, in una situazione quasi analoga a quella dell’Ancien Régime: “Rispetto agli inizi del Novecento, quando la maggior parte della popolazione possedeva solo il 5% della ricchezza nazionale, ci troviamo oggi, complessivamente, nella stessa condizione”, scrive lo studioso francese che aggiunge: “Dopo il 1910 c’è stato un progresso con la nascita della classe media, un fenomeno sottostimato. Che nasconde una sorpresa: la classe media ha un numero 4 volte maggiore dell’upper class, ma, in Europa, possiede solo un terzo della ricchezza complessiva, che diventa un quarto negli Stati Uniti. L’ineguaglianza tra le classi non è diminuita”.

La disuguaglianza genera rivoluzioni
Se è vero che in Europa oggi la metà della popolazione appartiene alla classe C, il 40% alla classe B e solo il 10% alla classe A, questi valori sono validi solo in paesi, come la Scandinavia, considerati egalitari. Perché mentre in Scandinavia il 25% del PIL viene distribuito alla classe A e il 35% alle classi B e C, negli USA si verifica il contrario, con dati che peggiorano sempre più, mentre in Germania e in Francia la media per la classe A è del 29-30%, e del 30% per le altre due. ---- E se le cose continueranno ad andare come negli ultimi 10 anni, nel 2030 la classe top sarà ancora più ricca, mentre la B si avvicinerà sempre di più alla C, con un progressivo impoverimento delle due fasce più ampie della popolazione. In Europa (Italia compresa) la media vede la classe A prendersi il 60% della ricchezza, la classe C solo il 5% e la classe B il restante 35%. Ciò significa che, in media, un “povero” europeo possiede 20.000 euro, mentre un ricco si basa su una media di 1,2 milioni di euro. Ma negli USA la situazione è ancora più preoccupante: 75% alla classe A, 23% alla B e 2% alla C.

La classe B, sempre secondo la media europea, possiede 175.000 euro a testa, solitamente distribuiti tra abitazione e depositi a tempo e/o assicurazioni vita. In generale, confrontando la suddivisione dei beni, le classi alte francesi e tedesche sono passate dal 30 al 35% sul possesso della ricchezza complessiva, mentre negli USA si assestano al 50% .
Attenzione, avverte l’economista francese, se l’upper class possedesse il 90% si arriverebbe sicuramente a una rivoluzione, anche in presenza di un regime dittatoriale, ed entro il 2030, se gli Stati Uniti dovessero procedere come negli ultimi 10 anni, si arriverebbe a un pericoloso 60%.

Come divento ricco (o povero)
Piketty passa poi ad analizzare in che modo si diventi ricchi (o poveri). Mentre nell’Ancien Regime la upper class diventava sempre più ricca per via ereditaria, oggi negli USA lo si diventa grazie alla meritocrazia. Un tempo c’era la civiltà degli ereditieri, oggi si può parlare di civiltà di superstar come i super manager della finanza o della new economy che guadagnano cifre da capogiro, enormemente superiori a quelle percepite da un lavoratore della classe media e lontani anni luce dagli stipendi dei “poveri”, quelli che in generale non superano i 1.000 euro al mese.

Come faranno i ricchi a mantenere il loro status senza farsi travolgere da una guerra? “È importante che la ricchezza sia giustificabile e giustificata”, scrive Piketty. In questa civiltà i super manager riescono anche a convincere i perdenti che questo sia giusto. E l’economista fa intendere, tra le righe, di non essere d’accordo. Ma è intorno a questa giustificazione storica, etica, psicologica, economica e anche religiosa che si è scatenato il dibattito. La disuguaglianza è giusta?

Scrive Piketty: “La storica riduzione delle ineguaglianze è meno sostanziale di quanto la maggioranza ritenga. Inoltre, non esiste garanzia che la limitata compressione dell’ineguaglianza che si è vista negli anni del dopoguerra sia irreversibile. Senza dubbio, le briciole di ricchezza raccolte dalla classe media sono importanti e sarebbe sbagliato sottostimarne il valore”. E spiega che se una persona appartenente alla classe media che possiede casa e beni mobili per più di 200.000 euro, non può considerarsi ricco, è anche lontano dal non possedere nulla. Ma soprattutto non ama considerarsi povero. E qui sorge un altro problema: come continuare a illudere la classe media di appartenere alla classe dei ricchi invece che a quella dei poveri? ---- L’economista passa quindi ad analizzare la disuguaglianza nel salario e di come oggi ci si possa arricchire lavorando, invece che sposando un’ereditiera. Ma qui si scopre un altro divario: può sperare di passare dalla classe B a quella A solo chi ha avuto a disposizione risorse formative e tecnologiche adeguate. Senza scuola di serie A è difficile diventare classe A. E senza tecnologie adeguate è impensabile di poter passare da una situazione tutto sommato di ricchezza illusoria a una di ricchezza reale.
Tabelle alla mano, poi, lo studioso passa ad illustrare come la nuova disuguaglianza sia iniziata a partire dal 1983, periodo in cui i salari della classe C lievitarono progressivamente: successivamente la curva tornò a invertirsi, con guadagni sempre più cospicui da parte della classe A.
A questo impoverimento contribuiscono diversi fattori, non ultimo il livello di tassazione che continua a premiare la upper class e a colpire le altre due.

Piketty è molto attento e anche incuriosito da come negli Stati Uniti ci sia stata una accelerazione del fattore disuguaglianza negli stipendi dei manager: se è vero che chi ha uno stipendio di 100 o 200 mila dollari l’anno lo ha visto crescere di pochi punti percentuali, chi ne guadagna 500.000 lo ha visto esplodere, fino a superare in pochi anni il milione di dollari. Quando si esplorano i perché di questa discontinuità e dei criteri che stanno alla base in termini di conoscenze tecniche, scuole frequentate, esperienza e professionalità, non si riesce a vedere esattamente dove sta la differenza tra chi guadagna 100.000 e chi invece un milione di dollari l’anno.

E qui Piketty polemizza con i due studiosi statunitensi, Katz e Goldin, che avevano teorizzato che alla base della ricchezza ci fossero buona educazione e strumenti tecnologici. Non basta, ribatte lo studioso dell’Ecole d'économie de Paris. Come si spiega il decollo di quella esigua percentuale di super manager super ricchi? E’ vero che questo è un fenomeno sui generis di chiara origine anglosassone. Sono i super manager della finanza anglosassone ad avere accelerato la disuguaglianza. Sono loro la nuova classe dominante in termini di potere e ricchezza.

In Europa, che nella distribuzione delle ricchezze tra le classi è piuttosto unita e compatta, questo fenomeno non si è verificato: gli stipendi dei super manager dagli anni Settanta ad oggi hanno subito rincari significativi, ma non esagerati o addirittura abnormi come in USA, Inghilterra, Canada e Australia. E se l’ineguaglianza era palese nelle nazioni europee agli inizi del secolo scorso, oggi questa è molto più evidente nei Paesi di matrice anglosassone.
Attenzione quindi, perchè poi ci sono volute due guerre mondiali per ristabilire l’equilibrio economico e sociale.

» Torna alla homepage dello speciale

Data prima pubblicazione: 5 giugno 2014

© Of-Osservatorio finanziario riproduzione riservata


Il nostro network

Contatti

Of Osservatorio finanziario

OfNews è una realizzazione di Of Osservatorio finanziario. Vai al sito

Visita il sito