SOMMARIO
Il decreto anti-crisi aiuta chi negli anni passati ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile. Ma i costi del "salvataggio" ricadono (anche) sui giovani e su chi, optando per il tasso fisso, ha accettato di pagare un prezzo più elevato pur di avere la garanzia di una rata certa.
di PierEmilio Gadda
La rabbia di giovani e mutuatari a tasso fisso
Il 9 novembre millequattrocentocinque giovani under-35 si sono ritrovati nel teatro Alfieri di Torino per prendere parte ad un’ insolita estrazione. In palio, questa volta, non c’era un viaggio ai Caraibi o la settimana bianca, e neppure i biglietti per l’ultimo concerto di Vasco, ma la possibilità di accedere ad un mutuo agevolato. Attraverso un accordo con il Comune di Torino, che ha ideato l’iniziativa, Intesa Sanpaolo erogherà 100 mutui a tasso fisso (con spread dello 0,60%) ad altrettanti giovani precari con un reddito familiare inferiore a 37 mila e 500 euro. I mutui prevedono la possibilità di sospendere il pagamento della rata per sei mensilità consecutive e fino a 3 volte nel corso della vita del finanziamento e sono “garantiti” dal Comune: qualora i mutuatari non dovessero più essere in grado di far fronte ai pagamenti, potranno scegliere se vendere il proprio alloggio al mercato libero oppure al Comune stesso, al prezzo stabilito dagli Uffici tecnici municipali, con la possibilità, in questo caso, di restare nell’alloggio in locazione calmierata (“affitto sociale”).
La buona notizia, dunque, è che 100 giovani torinesi potranno festeggiare il Natale mettendo sotto l’albero un nuovo contratto di mutuo. La cattiva è che ci sono centinaia di migliaia di altri giovani che, quest’anno, avranno poco da festeggiare. E mentre sfogliano le pagine (web) dei giornali cercando di capire se il decreto anti-crisi varato lo scorso 28 novembre dal Consiglio dei Ministri (leggi) apporterà qualche beneficio anche a loro, provano soprattutto rabbia. Tanta rabbia. Rabbia perché si sentono ignorati. Rabbia perché si sentono traditi, anzi derubati.
Il tema è la casa. Quella casa che, per molti di loro, resta soltanto un’ipotesi teorica; un progetto di vita che, almeno per adesso, deve essere accantonato. La crisi di liquidità ha determinato un irrigidimento delle condizioni di accesso al credito che colpisce soprattutto loro. Quelli della generazione mille euro. Quelli che un contratto di lavoro a tempo indeterminato se lo sognano e oggi vengono chiamati “atipici”, indistintamente, come se si trattasse di una malattia contagiosa. Quelli per cui, in definitiva, avere un mutuo è praticamente impossibile. Perché la stretta creditizia induce le banche a stringere i cordoni del credito. E allora, addio mutui al 100 per cento. Addio mutui a 40 anni. Troppo rischiosi. Ce la fa soltanto chi può contare sull’aiuto di mamma e papà.
Il fatto è che per molti giovani anche trovare una casa in affitto oggi può essere un problema. In città come Milano, le case sfitte sono raddoppiate nel giro di un anno. Molti proprietari preferiscono tenerle vuote piuttosto che darle in affitto ad una coppia di giovani “precari” con un contratto di lavoro in scadenza di lì a qualche mese. Chi riesce a firmare un contratto di locazione può ritenersi fortunato, ma fino ad un certo punto. Se si hanno meno di trent’anni, con due stipendi si arriva, in media, attorno ai due mila euro (l’ipotesi di un solo stipendio non vale neppure la pena di essere presa in considerazione). Per un bilocale in zona semicentrale, nel capoluogo lombardo si pagano mille euro al mese. Siamo ampiamente oltre quello che è considerato un rapporto rata/reddito sostenibile: in genere, quando ci si reca in banca per ottenere un finanziamento, una delle condizioni poste è che l’ammontare totale dell’indebitamento non superi un terzo del reddito familiare disponibile. Qui si parla di affitto, ma il risultato non cambia. Non ci si sta dentro. Perché oltre all’affitto ci sono la macchina (o l’abbonamento ai mezzi pubblici), le bollette, il telefono, il vitto.
A tutto questo stanno pensando tanti giovani italiani nel momento in cui leggono i costi previsti dalla relazione tecnica stilata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per attuare il decreto anti-crisi. Solo per il capitolo relativo ai “mutui prima casa” si parla di 55-350 milioni di euro, tutti a carico dello Stato. Ma se, come recita uno slogan molto inflazionato, “Lo Stato siamo noi”, lo Stato è anche tutti quei giovani che oggi un mutuo non se lo possono permettere e che si trovano nella spiacevole situazione di chi subisce oltre al danno, una beffa: sentono di vivere in un Paese che è in fallimento – come altro definire una società che nega alle nuove generazioni la possibilità di costruire il proprio futuro – e che scarica sulle vittime della crisi una parte dei costi necessari per salvare altre vittime di quella stessa crisi. Come in un reparto d’ospedale in cui i malati più gravi vengono sacrificati per far sopravvivere gli altri.
Non ci sono solo i giovani. A pagare il “salvataggio”saranno anche tutti quei mutuatari che negli anni passati si sono indebitati a tasso fisso, accettando di pagare un prezzo più elevato pur di avere la garanzia di una rata certa. E che oggi vedono lo Stato soccorrere chi, invece - spesso perché malconsigliato dalle stesse banche - ha deciso di scommettere sull’andamento dei tassi e, alla fine, ha perso la scommessa. Telefonano in diretta alle trasmissioni televisive e radiofoniche che, proprio in questi giorni, si occupano di fare luce sui meccanismi descritti in modo assai criptico dal decreto anti-crisi (leggi). Postano centinaia di messaggi nei blog specializzati (leggi). Tutti pongono la stessa domanda: “Perché ai “variabili” si e a me no”? La risposta di Tremonti non si è fatta attendere “Un nostro intervento”, si è giustificato il Ministro , “sarebbe stato illegale”. Ma è una risposta che lascia l’amaro in bocca.